XVI Domenica Tempo Ordinario
La mano di Dio semina bontà, generosità e coraggio
Tre sono le parabole che in questa domenica l'Evangelo ci fa meditare: quella del grano e della zizzania, quella del granellino di senape, e infine quella del lievito. Un sottile filo rosso le attraversa.
Nella parabola del grano e della zizzania, i semi dei quali si sono confusi quando, con gesto largo, il seminatore li ha fatti cadere nel campo arato, Gesù denuncia la nostra fretta epurativa. Buon grano e zizzania sono cresciuti assieme, e che deve dunque fare il contadino? Separare il grano dalla zizzania prima della mietitura? No, dice il Signore: lasciate che crescano assieme, quando giungerà il kairòs, il tempo opportuno, separerò il grano buono dalla zizzania cattiva. Il fatto è che noi non ci stiamo alla battuta. Siamo impazienti. Vorremmo subito mettere da una parte i buoni, dall'altra i cattivi, il nostro posto essendo evidentemente tra i primi.
Non è solo una pretesa nostra in quanto singoli, ma anche – spesso – della nostra comunità cristiana. Quante volte parliamo di "misericordia", proclamiamo di voler dare accoglienza al "diverso" e al "lontano" (una parola che, significativamente, non abbiamo ancora abolito dal nostro vocabolario) senza riuscire peraltro a liberarci da un pregiudizio di fondo: noi siamo i "buoni" che accolgono i "cattivi", noi siamo i ricchi che accolgono i poveri, noi siamo i puri che accolgono gli impuri. Insomma, noi siamo perfetti e, grazie o Signore che non ci hai fatto come "quelli là". Noi non sbagliamo mai. Se in famiglia un figlio ha qualche problema, non è certo colpa mia: è colpa di mia moglie, dei nonni, della società, della scuola, dell'oratorio... Non ammettiamo mai la nostra fragilità, non ci sentiamo zizzania, abbiamo bisogno di sentirci sempre grano, giusti dalla parte giusta. La cosiddetta "misericordia" non ha il significato che le avrebbe dato Gesù, Lui, "il padrone della forza che giudica con mitezza" (cf Sap 12,18); un significato che peraltro possiede anche etimologicamente: un cuore umile e povero. Solo con un cuore umile e povero potremo accogliere il "diverso", la donna abbandonata dal marito (o il marito abbandonato dalla moglie) che attraverso l'angoscia della loro fragilità e del loro fallimento hanno finalmente scoperto un nuovo modo di amare e di essere amati. O i rom e i sinti, e tutti gli extracomunitari che, siamo sinceri, un po' ci disturbano con la loro diversità... e ben vengano dunque le leggi liberticide... Gli esempi potrebbero continuare.
Anche la parabola del granello di senape ci porta sul medesimo registro. Un piccolo seme fa crescere un grande albero. Ma a noi piacciono le cose piccole, nascoste? No, ci piacciono le cose grandi, ci piace essere sempre dalla parte dei potenti, del vincitore. Grande tentazione, questa, per la nostra Chiesa. Quale Chiesa vogliamo costruire assieme? Una chiesa visibile, presente al mondo, come una nave che solca il mare attraversandone imperterrita le burrasche, oppure una chiesa piccolo seme, presente nel mondo, senza mondanizzarsi, senza cioè essere del mondo, una Chiesa che non tratta con i potenti di questa terra per avere dei benefici, benefici di qualsivoglia natura, ma che si fida della parola del suo Signore, e che sa essere sale nella vivanda e, come ci ricorda la terza parabola, lievito nella pasta.
Stupende le letture di questa domenica! Ci dicono di accettare la nostra fragilità personale, di coppia, di famiglia e di comunità e la nostra povertà: non esistono persone perfette, né una coppia perfetta, né una società perfetta. Ma – la parola del Signore non lascia dubbi – "lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi... (Rm 8,26). È quando siamo deboli che siamo forti. Ci dicono inoltre di accettare non solo che all'interno della nostra comunità ci sia grano e zizzania, ma che la nostra stessa comunità è – al contempo – grano e zizzania, santa e peccatrice. Ci suggeriscono di accettare che l'uno e l'altra, il grano e la zizzania, crescano assieme, perché possiamo capire la bellezza della varietà e, nel contatto con esse, essere quel piccolo seme che fa crescere un grande albero, quel pugno di lieto che fermenta dal di dentro la pasta. E soprattutto ci dice di rifiutare sempre la tentazione di essere maestri, ma sempre e soltanto discepoli. Di tutti.
Traccia per la revisione di vita
1) Ci accettiamo, in coppia e in famiglia come siamo? Con le nostre debolezze e le nostre fragilità? Oppure vogliamo apparire migliori di quanto siamo? O ancora vogliamo cambiare l'altro sulla base dei nostri parametri comportamentali?
2) Sappiamo perdonare non in modo ostentato, sentendoci e credendoci migliori della persona che abbiamo perdonato, ma umilmente, nel profondo dell'intimità e del cuore?
3) Ci rendiamo conto che siamo incapaci, con le nostre sole forze, di farci carico del peccato del mondo?
4) Confidiamo nello Spirito che viene in soccorso della nostra fragilità e della nostra aridità, e che – quando non sappiamo neppure trovare le parole per pregare – è Lui stesso che prega in noi e per noi? |